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Il Teatro dell’Essere
Il Teatro dell’Essere è una proposta formativa di gruppo che assume come riferimento la connessione corpo emozione comunicazione e si basa su una metodologia attiva e prevalentemente sull’agito del corpo.
Il principio su cui si basa la metodologia attiva è che se un sentimento può essere convertito in un atto o una espressione (in quanto il mondo interiore si manifesta in forma simbolica sia nella struttura che nel funzionamento e nel movimento del corpo e tali manifestazioni vengono messe in comune, cioè comunicate provocando degli effetti), reversibilmente, l’agito del corpo può richiamare o evocare il corrispettivo sentimento.
La trasposizione dei sentimenti in esperienze prevalentemente corporee, fa sì che l’uomo conosca i suoi sentimenti, le sue emozioni, li accetti, scenda a patti con essi, lavori su quelli che vuole superare, li gestisca piuttosto di ignorarli o negarli, o metterli in comune (comunicandoli) in modo mistificato.
Se provando paura, sorpresa, collera, il corpo assume posizioni, compie gesti che manifestano tali emozioni, ad esempio, le sopracciglia alzate per la sorpresa; la mascella sporgente per la sfida; le narici dilatate per la collera; la mano sulla bocca per fermare una esclamazione; il trattenere il respiro per la paura, attraverso l’agito del corpo si possono richiamare o evocare tali sentimenti o emozioni.
La connessione tra corpo emozione comunicazione nella pratica del vivere è molto agita, ma raramente teorizzata. Ciò è dovuto da una parte al lento avvicinarsi al paradigma della totalità che marca l’essere umano e dall’altra parte all’altrettanto lento allontanarsi delle divisioni dicotomiche che connotano la nostra cultura.
A livello teorico si sostiene: a) che è necessario incontrare il proprio corpo, b) che non ci sono emozioni disincarnate dal corpo; c) che non si può non comunicare.
Nel processo comunicativo la concezione dell’uomo da assumere come ipotesi da verificare e non come dogma, é quella dell’uomo comunicativo e non quella dell’uomo dimezzato solo corpo o solo mente, solo ragione o solo sentimento o solo istinto. Un intero unificato nel sentire e nel capire, nel corpo e nella mente, entrambi necessari al vivere, in modo da dare al corpo la stessa capacità di redenzione della mente. Un intero preposto allo scambio con gli altri di informazioni attraverso il verbale e il non verbale.

Smaltimento informazioni
Per smaltire le informazioni che passano dal verbale e quelle che passano dal non verbale, si ipotizza che si possano compiere solo due operazioni:
- una percorre la via della concettualizzazione
- l'altra quella dell'azione consumatoria.

Concettualizzazione
La concettualizzazione è dare un senso, un significato all'informazione. L'azione consumatoria è il mettere in atto, l'esprimere, il fare.
Supponiamo che, soli in una stanza, sentiamo un rumore per noi insolito. Per smaltire quella informazione, o dobbiamo capirne il senso (è stato il gatto che ha rovesciato una sedia; il vicino che ha sbattuto la porta), oppure compiere un atto (scappare, bloccarci per la paura, chiedere aiuto, gridare).
Sia la prima che la seconda operazione possono essere rinviate di poco o di molto tempo a seconda dell'importanza che ha per noi quella informazione.
Ma supponendo di non resistere a lungo all'ansia che essa ci ha provocato, potremmo cominciare con l'operare una concettualizzazione prendendo a prestito una qualsiasi interpretazione purché a noi nota.
Anche quando l'interpretazione non è quella giusta possiamo assumerla per non perdere il sollievo momentaneo che ci ha procurato la concettualizzazione.
Chiusi come siamo nei modelli che abbiamo assunto, consapevolmente o no, con molta difficoltà accettiamo il senso delle informazioni che ci provengono da chi si comporta in modo diverso dal nostro, per esempio nel gesticolare, nell'uso dello spazio, del tempo, ecc. Difficoltà spesso dovuta a rigidità, a inerzia culturale, a non disponibilità a modi nuovi di porsi di fronte alla realtà diversi da quelli da noi assunti.

Azione consumatoria
L'altra operazione per smaltire le informazioni è quella dell'espressione, dell'azione, del movimento, estremizzata in chi non può concettualizzare perché non ha raggiunto ancora lo sviluppo delle strutture.
Classico è l'esempio del bambino piccolo al quale è consentita, in larga misura, la reazione motoria, non tanto perché si è consci del fatto che il movimento è la sua unica possibilità di smaltire informazioni e che il muoversi funge da assestamento naturale alla crescita della sua struttura ossea.
Gli è consentito il movimento anche eccessivo e libero perché si crede che sia la sua prerogativa ed il suo privilegio di bambino. Più che compreso, il suo movimento continuo è tollerato. Infatti, via via che cresce, vengono accorciati dagli adulti i tempi connessi al suo muoversi, e dilatati quelli in cui gli si impone di stare fermo. Più presto il bambino accorcerà i tempi di reazione motoria immediata, più felice sarà l'adulto che nella restrizione vedrà confermata o esaltata la sua figura di educatore.
L'azione e il movimento del corpo spesso non sono messi in atto per desuetudine, per una sorta di condizionamento culturale che propone l'immagine dell'adulto, controllata, severa, ferma e contenuta nei movimenti e nelle azioni.
La conseguenza è che parte delle informazioni non convertendosi in movimento non vengono subito smaltite ma messe da parte in attesa di essere riconvertite o in concettualizzazione oppure ancora in movimento.
Il non risolto come disturbo comunicativo
Quando le due operazioni non sono possibili o sufficienti, le informazioni non smaltite creano dentro di noi un non risolto, un accumulo emotivo o mentale, un disturbo comunicativo.
All'accumulo creato di volta in volta dalla impossibilità di smaltire le informazioni, si aggiunge un non risolto di fondo dell'individuo che è il suo potenziale non espresso.
I non risolti quindi sono sia gli accumuli emotivi e mentali che il potenziale non espresso di ciascun individuo. Ciò che crea un accumulo emotivo o mentale può essere anche una parola non detta, un gesto non fatto oltre che una potenzialità non espressa che non si esauriscono sol perché sono stati trattenuti.
Ma sia nel caso che con una discussione si chiarifichino dei malintesi, sia nel caso di avvenuta concettualizzazione, la tensione per i movimenti non prodotti rimarrà e potrà esaurirsi soltanto con lo smaltimento dei movimenti.
Con l'avvenuta concettualizzazione la tensione sarà più lieve, ma scomparirà soltanto producendo i movimenti.
Non ha importanza quando, dove, con chi si faranno questi movimenti, l'importante è che sia smaltito lo stesso movimento che non è stato espresso al suo insorgere. E lo smaltimento può avvenire:
inconsapevolmente in seguito con un'altra persona;
consapevolmente con la persona dello sgarbo;
spontaneamente in una circostanza di gioco o confidenziale;
consapevolmente in un gruppo in una circostanza suggerita e guidata.

I movimenti trattenuti nella loro fuoriuscita seguono l'ordine inverso con cui sono stati incamerati. Per esempio, se il primo è far saltare il libro di mano e il secondo è una porta sbattuta, il primo ad essere prodotto sarà la porta sbattuta e il secondo il far saltare via di mano il libro.
Dare uno scappellotto non meritato o calciare-lanciare sassi o cuscini senza un obiettivo, a volte, possono rappresentare la fuoriuscita di movimenti simili trattenuti e non espressi.
Lo stesso accade con le parole non dette, per esempio, quando tratteniamo di dire a una persona ‘sei fuori di testa’, questa stessa frase può esser detta non riferita alla persona che l’ha suscitata, ma inserita nella narrazione di un episodio accaduto con altra persona in altro luogo, per esempio, col proprio capo che da qualche settimana ‘è fuori di testa’.

Smaltimento del non risolto
In questa ottica lo smaltimento dei non risolti diventa necessario sia perché tenerli a bada richiede un grosso sforzo in un contesto culturale come il nostro in cui le informazioni aumentano a folle velocità, sia perché gli accumuli, alla base dell'unità infranta (una relazione vissuta come interrotta), costituiscono paradossalmente essi stessi la condizione emergente che può ripristinarla e il pericolo che venga nuovamente infranta trattenendone ancora l'espressione.

Circostanza spontanea e suggerita
La circostanza è rappresentata non soltanto dal come un messaggio viene espresso, ma anche dal dove e dal quando viene detto-espresso, cioè dal contesto.
La circostanza può essere di due tipi:
- spontanea
- suggerita

La circostanza spontanea è quella che può offrire un qualsiasi tipo di rapporto di lavoro e affettivo. Consente anch'essa la sintonia con l'emozionale come quella suggerita, ma ciò che la distingue è che la viviamo come casuale, nel senso che si attribuisca all'altro/a, all'ambiente, il merito o la colpa dell'accaduto.
Raramente ammettiamo che per esempio le ragioni per cui è avvenuto un litigio con un collega non erano quelle esplicitate, ma forse si era trattato di un semplice smaltimento.
Allo stesso modo a volte ci illudiamo che sia sempre l'amore per lo sport a farci urlare negli stadi e non riconosciamo la circostanza-stadio quella con cui entra in sintonia la nostra emotività. Così come addossiamo spesso alle persone la colpa di suscitarci forti emozioni e non ci interroghiamo se può essere stata quella una circostanza in sintonia col nostro non risolto. Pur ammettendo che vi sono circostanze spontanee che assolvono spesso a questo compito, non sempre siamo in grado di coglierle e utilizzarle per smaltire un accumulo e ancora più difficilmente di farlo in modo consapevole.
La circostanza suggerita è quella creata apposta e riflette attraverso il gruppo un 'sociale' simbolico che consente con più probabilità lo smaltimento dei non risolti e la messa in atto di nuovi comportamenti. Viene detta suggerita e non indotta in quanto vi è sempre l'adesione consapevole dei partecipanti.
La circostanza suggerita prevede l'utilizzo di più linguaggi ognuno con le sue relative tecniche. L'utilizzo dei vari linguaggi non è di fruizione passiva ma di produzione attiva da parte dei soggetti. Quella più efficace è rappresentata dal Teatro dell’Essere.
(tratto da: Liliana Paola Pacifico, Corpo emozioni comunicazione. L’esperienza del Teatro dell’Essere, Xenia editore, Milano, 2010)

 

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